Ma nonostante questo desiderio di formare una cosa sola con l’essere amato, deve pur sempre sussistere una distinzione. Se l’altra persona fosse distrutta, non ci sarebbe più amore. L’unità non deve quindi significare assorbimento, o annichilimento o distruzione, ma il compiersi dell’uno nell’altro. Formare una cosa sola senza cessare di essere due persone distinte, ecco il paradosso dell’amore! Tale ideale, non ci è dato di attuarlo nella vita, perché siamo dotati di corpi come siamo dotati di anima. La materia non può interpenetrarsi! Dopo l’unione della carne ciascuno dei due è ricacciato entro la propria personalità individuale.

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Come Dio nel creare il mondo vi ha immesso la forza di gravità che influisce su tutta la materia, così ha immesso nei cuori un’altra legge di gravità, che è la legge dell’amore mediante la quale tutti i cuori sono riattratti nuovamente al centro e alla fonte dell’Amore, che è Dio. Sant’Agostino disse: «Il mio amore è il mio peso», per significare che ogni anima ha un appassionato desiderio di tornare alla sua Fonte Originale, al suo Divino Cuore o Centro. Nella natura umana il desiderio è tutto e, con una certa appropriatezza, il Paradiso è stato definito una «Natura piena di Vita Divina attratta dal Desiderio». L’amore è la definitiva abitazione dell’anima.

Non appena le ghiandole cessano di reagire con il loro originario vigore, i coniugi che hanno identificato l’emotività con l’amore asseriscono di non essere più innamorati l’uno dell’altro. In tal caso, essi non hanno mai veramente amato l’altra persona: hanno amato soltanto di essere amati, il che rappresenta la forma piú alta di egoismo. Il matrimonio fondato esclusivamente sulla passione sessuale dura unicamente quanto la passione animale. Entro un paio d’anni l’attrazione animale verso l’altra persona può morire, e quando ciò avviene, la legge corre in suo soccorso giustificando il divorzio con termini privi di senso come a incompatibilità o a “crudeltà mentale”.  Gli animali non ricorrono mai ai tribunali, perché non hanno la volontà di amare; ma l’uomo, essendo provvisto di ragione, sente il bisogno, quando ha torto, di giustificare l’irrazionalità della sua condotta.

Dio comunica il suo Potere di creatività alle sue creature, il che non significa che la gente si sposi allo scopo di avere figli, ma, che ha figli perché si ama veramente. Meno l’elemento trino penetra in tale amore, minore è il desiderio di aver figli. In un mondo egoista c’è infatti qualcosa come un «figlio non desiderato» o «un figlio nato per sbaglio».
Nella storia del Cristianesimo la prima diretta limitazione umana della vita infantile si ebbe da parte di un «controllore delle nascite» che si chiamava Erode, e la cosa avvenne nel villaggio di Betlemme. In quel caso la distruzione delle vite neonate era al tempo stesso un affronto alla Divinità nella persona di Dio fatto uomo, ossia di Nostro Signore Gesù Cristo. Nessuno infierisce contro le nascite senza infierire anche contro Dio, giacché ogni nascita umana è il riflesso terreno dell’eterna generazione del Figlio.

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Senza un terzo elemento dell’amore che è esteriore ai due coniugi, l’uomo è dapprima compresso e poi soppresso da forze ostili, fin quando non si trovi rinchiuso entro i limiti dell’intelletto, solo, isolato, spaurito, prigioniero di se stesso. Che cosa può soddisfarlo, se non ha rapporti con nulla? Rigettando l’Amore fuori dal proprio ego, l’uomo non può comprendere il sacrificio se non come un’amputazione e un’autodistruzione. Come può un essere coscientemente autodeficiente e impotente dare qualche cosa senza sottrarla da quel vuoto che è in lui? Egli è pronto all’immolazione di sé sotto forma di suicidio, ma non come sacrificio di sé per il bene degli altri. Nulla esiste in lui all’infuori del suo ego, gli altri limitano la sua personalità e ostacolano i suoi desideri, e gli appaiono quindi detestabili. Finché non emerga quel più profondo Amore che è il perfetto compimento della personalità, l’ego non cesserà mai di ribellarsi contro il sacrificio, sia che, per amor di pace, si tratti di compiacere il compagno, sia che si tratti di fondare una famiglia per vedere forza e bellezza prolungarsi fino alla «terza o quarta generazione».